venerdì, 07 agosto 2009

Era il 23 aprile 2009. Gian Antonio Stella intitolava così il suo editoriale sul "Magazine" del Corriere della sera. Il riferiemento è il passante di Mestre. "Il passante della tangenziale di Mestre serve. Nonostante l'architetto verde Cristiano Gasparetto l'avesse tanto cirticato. Ma una volta almeno l'avrà sperimentato, No? Allora perchè non ammettere questi errorini?".

Se di "errorini" si tratta, avrebbe fatto meglio a stare zitto per un po' e vedere dopo alcuni mesi come andavano effettivamente le cose... Ed ecco arrivare sabato 1 agosto: il telegiornale l'abbiamo visto tutti. 30 chilomentri di coda sul passante che viene addirittura chiuso per deviare NUOVAMENTE IL TRAFFICO SULLA VECCHIA VETUSTA E CRITICATA TANGENZIALE DI MESTRE. Le scuse, anzie le buffonate, le trovano sempre: si dice che tanto le code ci sono per i vacanzieri, che verso trieste le corsie sono solo due, che gli ambientalisti non volevano le piazzole di sosta eccetera eccetera.

Il ricordo della vecchia tangenziale tanto odiata dalle imprese del nord est e dai camionisti ha lasciato comunque il segno. Non sarà un giorno di coda a sfatare il mito del passante. Eppure siamo veramente sicuri che spostare il traffico diminuisca l'inquinamento? La tangenziale di Mestre è un opera realizzata negli anni '70. Ha circa 40 anni. Non sono poi molti se paragonati alla vita media di un uomo. Ci sono voluti circa meno di 30 anni perchè diventasse così impraticabile, poichè il traffico su gomma è cresciuto in modo esponenziale nel paese più motorizzato d'Europa. Ora il passante inizia a bloccarsi... non credo ci voglia una laurea per capire che non potrà reggere per sempre quel tipo di traffico. E allora? Semplice: faremo il passante del passante di Mestre, e poi il passante del passante del passante, e così via. Fino a quando ci sarà spazio. Ma già ora è pochetto in questa pianura affetta dalla città diffusa. C'è qualcosa che non va in questo sistema? Sono forse altri gli errorini? Se ci aggiungiamo la pedemontata, la romea commerciale, la valdastico sud (che sta causando l'abbandono da parte dell'UNESO del vincolo di protezione di molte ville venete palladiane al link: http://www.reportonline.it/200802076738/varie/autostrada-a31-la-valdastico-non-supera-lesame-dinglese.html) e il prolungamento della A27, dove andremo a finire?

Il limite è chiaro: il suolo. Finito quello, finiti i soldi, finito lo "sviluppo"? Il problema non sono le alternativa alle grandi opere. Bisogna cambiare stile di vita e cercare la qualità diffusa. Non serve a nulla avere un ridicolo straccio di area protetta da visitare in auto una volta l'anno con la famiglia e poi vivere il resto della propria vita affacciati su di una strada a respirare quintali di polveri sottili e di inquinamento acquistico. Nuove strade chiamano nuove auto e nuove auto chiamano nuove strade, la cosa è evidente. Costruire nuove strade risolve solo inizialmente il problema, creandone infiniti altri di carattere ambientale. MA IN QUESTO AMBIENTE CI VIVIAMO O NO? Se continuiamo a intaccarlo così accadrà qualcosa o ci teniamo i prosciutti sugli occhi!?!  Chi è tacciato di ambientalismo è tacciato di antiprogressismo. Invece il cemento e l'asfalto sappiamo bene quale elevata qualità di tecnologia impiegano.. Serve solo e sempre ai soliti...

Bisogna cambiare rotta, drasticamente. Ma questo Veneto non vuole capirlo. Galan, Brunetta e Berlusconi non vivono certo affacciati sul passante.

Aspettando questo sabato da bollino nero, ecco alcune barzellette per rallegrare gli automobilisti in coda sulla vecchia tangenziale di Mestre!

Le ultime parole famose:""La fine di un incubo" disse allora il governatore del Veneto Galan (PDL).

''Quando facevo un altro mestiere, facevo il ministro per l'Ambiente firmai il Via - ha proseguito Matteoli -. Ben sapevo dell'importanza dell'opera. Lo scorso fine settimana e' stata sbagliata una comunicazione. E non dimentichiamo che spesso manca la contemporaneita' delle opere. Se assieme al Passante avessimo fatto la terza corsia della A4 - ha concluso - i problemi sarebbero stati minori di certo. A luglio e agosto in tutta Europa nascono intasamenti''.  ha detto il ministro delle infrastrutture Matteoli.

 

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                                                           Non mi resta che auguravi BUON VIAGGIO!

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venerdì, 03 luglio 2009
Se le previsioni Maya avranno ragione, i mega progetti che stanno invadendo il litorale del lido di jesolo a nord della laguna di Venezia, non avranno buon esito.
Maya a parte, quel che è certo intanto è l'intento di trasformare questa località in una Berlino balneare o peggio in una delle città giapponesi o ancora peggio, in una Los Angeles per famiglie..
A testimonianza di questo, stanno sorgendo come funghi torri alte poche decine di piani vicino alla spaiggia.
Torri che in questo periodo storico, pare vadano molto di moda in questo Veneto con i complessi di inferiorità rispetto agli altri paesi "avanzati".
Hanno anche avuto il coraggio di chiamare tutto questo: "riqualificazione", una parola che oggi non ha più senso, una parola di quelle usate soprattutto in campo di beni culturali e ambientali per coprire enormi interessi speculativi, nemmeno poi troppo nascosti.
L'omologazione del paesaggio continua in un territorio già pesantemente antropizzato e cementificato.
Interessi economici a parte, cosa spinge una regione a rendere il suo territorio un "divertificio" dove l'unico scopo è la distrazione, il comfort, il divertimento? Lo stereotipo della vacanza è questo?
Se si considera la vacanza solo come interruzione del periodo lavorativo, evidentemente non può che essere così.
Ecco allora sorgere complessi come Gardaland, Aqualandia e tanti altri non-luoghi dove l'unica cosa che conta è solo divertirtirsi, tornare bamabini per qualche ora e non pensare più a nulla se non sfogare istinti ludici repressi, spinti sempre più all'estremo.
E pensare che il divertimento era considerato "lo studio" durante l'epoca romana!
Come una società ed una cultura plasimino il significato di ciò che piace e diverte e molto interessante, benchè triste, per quanto mi riguarda, in questo periodo storico.
Ogni paesaggio ha le sue caratteristiche e andrebbe valorizzato e preservato con le sue tipicità. E' per questo che si punta ancora molto ad esempio sulle famose ville venete ed i centri storici delle città d'arte, in quanto nessun paese al mondo ha queste caratteristiche uniche! E come le valorizziamo? Andrebbero valorizzate preservandone il contesto paesaggistico e invece ci troviamo come nei paesi in via di sviluppo a rincorrere miti di sviluppo che non sono nostri, e i mega-progetti come jesolo ne sono la dimostrazione. Che differenza ci sarà nel giocare o ballare in un casinò o una discoteca jesolana piuttosto che in una di Las vegas o di Berlino? La differenza sta fuori: sta nel litorale, nella laguna che nessun paese possiede! Ecco il paesaggio dell'omologazione.
Piegare alle logiche di sviluppo di altri paesi i nostri paesaggi non servirà a valorizzarli ma anzi, dovremo investire e costruire sempre più per reggere una concorrenza su un campo che non è il nostro.
Al di là dei consumi enormi (proprio come una Los Angeles e quindi magari qualche centrale nucleare aiuterebbe..), perdere la qualità primaria di un luogo di mare per esempio, vuol dire cementificare, e se costruisci senza controllo, come puoi vendere ciò che prima attraeva un certo tipo di turisti, come l'acqua, la spiaggia fine e dorata e la bellezza della costa? Ecco che riqualificare vuol dire dare e far fare altro rispetto a quello che la risorsa primaria offriva. Da qui nasce il bisogno di parchi di divertimento, hotel di lusso su torri alla moda, shopping, tanti impianti sportivi, discoteche, eventi, ecc. Vi immaginereste se accadesse una cosa del genere a coste dell'isola d'Elba e della Sardegna? Alla fine la spiaggia serve solo per prender due ore di sole e per un veloce bagnetto, tanto l'acqua è sempre fredda..

 http://www.jesolo2012thecitybeach.it/

jesolo 2012

 
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sabato, 13 giugno 2009
Cementificare a norma di legge è permesso dal piano regolatore, quasi mai rispettato nella sua ispirazione e continuamento violato con le varianti. Le varianti rendono il paesaggio soggetto a qualsiasi tipo di abuso, tutto è lecito finchè a guadagnare non è solo il privato ma anche il comune stesso. Così il paesaggi muta radicalmente e spesso tristemente, continuando una politica espansiva irrimediabilmente distruttirce e consumatrice di suoli fertili.
Il miracolo della terra che ogni anno da i suoi frutti non è più tale per l'uomo contemporaneo, il quale preferisce il cemento e le sue logiche a quelle di una natura regolata benchè lasciata libera di esprimersi negli spazi da e per lei organizzati. Un paesaggio fortemente cementificato allontana dalla interiorizzazione di quello che per millenni è stato il nostro piano di calpestio culturale e cioè la terra.
Concetti come centro e periferia non hanno più senso. Tutto è costruito mentre qualche campo, orto o giardino sparso qua e là attende il suo destino. Il cemento fa perdere di valore le colture adiacenti in quanto favorisce il passaggio delle auto e non consente la naturale rigenerazione del suolo. Così quel suolo adiacente diventerà presto edificabile. Un processo che però non sarà infinito. Il consumo di suolo ha termine col suolo stesso e la sua disponibilità. E' un estremo che spero di non dover mai vedere, le conseguenze non le potrebbe conoscere nessuno.

Queste foto sono state scattate nella zona del nuovo ospedale di mestre, quest'ultimo visibile con la sua celebre forma parallelepipeda nella seconda foto. Gli ultimi campi e il consumo di suolo procede.


Foto Mestre - Zona Auchan febbraio 2009 001
Foto Mestre - Zona Auchan febbraio 2009 003
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mercoledì, 10 giugno 2009

Alla fine ce l'hanno fatta.  Sono riusciti a costuire anche là. Là, dove in genere dai per scontato che ci sia verde, alberi, un briciolo di natura addomesticata. Cambiano le giunte e cambiano i piani regolatori. Come i sovrani dei secoli scorsi, ognuno vuole lasciare un ricordo di se impresso indelebile nel manto urbano. Non importa per come verrà ricordato, quel che importa è per cosa verrà ricordato. Una bulimia edilizia che non conosce limiti e che progressivamente sostituisce cemento al nostro suolo, avanza inarrestabile. Non c'è un piano lungimirante che possa vedere al di là dei pochi anni di governo, si tira sempre avanti lasciando alle generazioni successive un carico ambientale sempre più impossibile da governare. Lo si dice sempre, troppi interesse, troppo soldi in ballo, troppo prestigio e potere; ma io dico che nessuno che vi promette alveari popolari e costi accessibili ci andrà poi ad abitare, nessuno che possa permetterselo può fare a meno di un pezzo di verde e di un albero, nessuno. Noi compresi. Una continua tensione tra l'idea di proprietà pubblica e privata, in cui la società evidentemente mostra quale proferire.

 

Foto Mestre - Carpenedo Inverno 2009 001

Foto Valle Imperina 001

Foto Valle Imperina 006

Ossimoro. Resiste ancora il cartello "Giardini Pubblici" ,subito affiancato, affinchè sia ben chiaro, dal cartello di "Proprietà Privata". 

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martedì, 05 maggio 2009

E' fine aprile, i lavori del nuovo tram rednono Mestre un cantiere da alcuni anni. Scavando hanno trovato un po' di tutto, dalle antiche mura medievali alla fondamenta del canal salso interrato in più periodi a partire dagli anni trenta del secolo scorso per rendere Mestre comoda alle auto, città schiava della sua mobilità che tutto può essere tranne che mobilità. Il tram cambierà tutto dicono, staremo a vedere. Intanto gli scavi di emergenza si susseguono in gran parte del tracciato del tram, scavi che possono durare solo pochi giorni, solo il tempo di prendere alcuni appunti per documentare i reperti. Allo scadere del tempo concesso, le opere non possono essere rallentate, arriva nuovamente l'interramento e il cemento, di nuovo e chissà quando e se tali reperti rivedranno mai la luce. Una città che cancella e riscrive continuamente la sua storia in un palinsesto che dimentica rapidamente la memoria. Le opere ci vengono imposte come "bene" per noi, come se fossimo dei bimbi capricciosi che non capiscono nulla e che in fondo i disagi ripagano ampiamente i confort di arrivare a destinazione 5 minuti prima. Ora se passa la legge sulla blocca-ricorsi, non potremmo nemmeno più anche solo protestare contro una grande opera. Bene così.sofferenz crescita

La solita retorica della crescita e del progresso.

 

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Al centro del disegno, opera del Canaletto si può vedere chiaramente la parte termianle del Canal Salso con la fondamenta di testa, a Mestre in Piazza barche.

Qui sotto vediamo quanto rimane della fondmaneta di testa del Canal Salso durante i lavori del tram, questa parte è stata già interrata.

Foto Mestre - Zona Auchan febbraio 2009 013

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martedì, 24 febbraio 2009

Il delirio dell'amministrazione e del governo centrale raggiungono in maniera pesante anche tutti le amministrazioni locali. Assetate di soldi, indebitate fino al collo tutto va bene per fare cassa. Rendere edificabili decine di migliaia di ettari di terreni agricoli, non per far case ma centri commerciali e direzionali, che con questa crisi di cui tutti parlano ne abbiamo veramente bisogno.. Si costruisce ovunque, dove nessuna persona normale dotata di buon senso si metterebbe a costruire. Intere città sono ridotte a cantieri permanenti e i cittadini non conoscono un momento di pausa tra il rumore di gru e martelli pneumatici. I lavori sembrano non finire mai, e quando ne finisce uno, ce n'è sempre un altro pronto a partire. Dopo la questione affrontata nel precedente post sul parco Brunello di Mestre, al Lido di Venezia l'ultima trovata dell'amministrazione Cacciari è stata di abbattere l'intera pineta composta da 130 alberi sani per edificare il nuovo edificio della mostra del cinema (il quale pare ora che non si farà causa mancanza di soldi, manco a dirlo). Da considerare che dagli anni '30 si usa per tradizione sempre lo stesso, mentre è completamente chiuso lo storico Casinò che avrebbe potuto benissimo essere riutilizzato. La follia è al suo apice, nulla è più certo, i luoghi pubblici soprattutto quelli verdi non meritano più non solo l'attenzione delle amministrazioni ma nemmeno il rispetto. Gli unici parchi che si costruiscono nel comune di Venezia sorgono su siti di vecchie e nuove discariche, come nel caso del Vallone Moranzani. E cosa c'è di meglio di una bella passeggiata sopra migliaia di tonnellate di rifiuti tossici? Le cose non hanno più senso, pare che il buon senso sia del tutto svanito di fronte ad un unico interesse economico, tutto è lecito, tutto è a norma di legge. Addio pineta, tutto quello che resta è segatura e l'odore penetrante della tua resina. Una società che distrugge cosi il suo capitale naturale è destinata a finire, come le società scielgono di vivere o morire dipende dal loro rapporto con l'ambiente. Un rapporto tanto conflittuale non può che portare alla rovina.

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mercoledì, 28 gennaio 2009

La storia continua. Più di sessanta associazioni e le firme di 5200 cittadini, si oppongono alla costruzione in zona di VERDE PUBBLICO nel centro della città di Mestre, di un palazzone a poche decine di metri da dove verrà finalmente e giustamente abbattutto un edificio eretto esattamente ai piedi dell'unica torre d'entrata rimasta di quello che era il Castelnuovo della città.

Italia Nostra e Paesaggi Veneti SOStenibili lanciano il comunicato ufficiale per dare il loro contributo al salvataggio del Parco S.Brunello.

Salvare il Parco di Via Pio X

in Mestre

 

 

            Italia Nostra deve ribadire una volta ancora la propria assoluta contrarietà ai progetti che l’Amministrazione comunale veneziana risulta sostenere in merito alla cessione del terreno del Parco in via Pio X alla società Guaraldo, a compensazione dell’edificio del negozio Cel’Ana che dovrebbe essere abbattuto per “liberare” la torre della piazza di Mestre.

            L’operazione, che risponde alla peggiore logica dell’“urbanistica contrattata”, è assurda (oltre che culturalmente insostenibile) nella sua logica di fondo. Per “valorizzare” un bene culturale sempre recuperabile, non si esita a distruggerne definitivamente un altro, particolarmente prezioso in un contesto come quello del centro mestrino tanto ricco di cemento e disordine urbano quanto povero di verde.

            La gravità della eventuale decisione non consiste solo in uno sfregio alla qualità urbana della città. È infatti tanto più grave in quanto non tiene conto di ciò che la cittadinanza ha chiesto con forza, opponendosi all’operazione con migliaia di firme e con l’intervento esplicito di ben settanta associazioni di ogni tipo.

            Anche qualora manchi quel poco di sensibilità che dovrebbe far intendere che non si uccide un parco per nuovo cemento, si dovrebbe almeno avere rispetto per una comunità che si è espressa con una energia e una decisione che in altre occasioni è invece mancata.

            Italia Nostra auspica con fermezza che una scelta insostenibile sotto ogni punto di vista non abbia esito concreto. Eviti dunque l’Amministrazione comunale operazioni miopi e offensive nei confronti di Mestre e di chi ne vuole difendere i margini ancora possibili di civile vivibilità.

 

Italia Nostra - Venezia

 

 

Venezia, 27 gennaio 2009

 

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martedì, 13 gennaio 2009

E’ il solito contentino. Ogni cosa, ogni azione deve avere la sua contropartita. “Libera la torre” è lo slogan, e ci vuole un bel coraggio, visto che a poche decine di metri di distanza tireranno su un palazzone molto più alto della torre che si beano di liberare.

Mestre in questi ultimi anni sembra tornata all’orgia edilizionista e speculativa degli anni sessanta. Dopo il gravissimo affronto al Bosco di Carpenedo, ultimo rimasuglio di bosco planiziale minacciato dall’area edificabile in villette, cui dedicherò un altro post. Dove si può si costruisce, e per giustificarsi di fronte alla collettività si inventano le storie più assurde: dalla valorizzazione, parola che mi dà la nausea da com’è usata, al finto neo-mecenatismo di stampo immobiliarista.

Così per giustificare la realizzazione di un nuovo palazzone completamente, manco a dirlo, de-contestualizzato in quel tessuto urbano, si propaganda l’abbattimento di un edificio “abusivo” di fatto benché non per legge, situato ai piedi dell’unica torre degna di questo nome rimasta, di proprietà degli stessi che si son fatti rilasciare l’autorizzazione a costruire poco più in là, per di più nell’unico giardino pubblico della zona; in una città violata continuamente e ripetutamente nel corso degli anni da una politica insensibile alla cosa comune.

Questo nuovo palazzone, il cui “merito” è di liberare la torre, sorgerà in un giardino che fino a qualche settimana fa era pubblico. Le prime a ribellarsi al fatto sono state le colf, perché li si trovavano per portare a passeggio gli anziani loro affidati. Poi la mobilitazione si è estesa agli altri cittadini tra il silenzio della stampa locale.

La maggior parte delle persone, prese ovviamente da problemi ben più gravi nelle vite quotidiane, commenta dicendo che in fondo è meglio avere l’unico pezzo di storia ben visibile anche a costo di un giardino, piuttosto che tenere una torre sotto assedio del cemento. E’ il solito compromesso.

Foto Mestre - Carpenedo Inverno 2009 001Foto Mestre - Carpenedo Inverno 2009 002

Le due foto sono scattate dal medesimo punto d'osservazione per dare l'idea della distanza che intercorre tra la torre (davanti la facciata dell'orologio si nota l'edificio a due piani che verrà abbattuto) e nella foto sottostante, il giardino pubblico, sede della nuova realizzazione, per compensare l'abbattimento dell'edificio costruito di fronte la torre. Si noti, come proporzione rispetto alle distanze, che l'edificio color giallo scuro a due piani è il medesimo nelle due foto.

Foto Mestre - Carpenedo Inverno 2009 005

Uno scorcio del giardino con appesi i volantini di denuncia dei cittadini.

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martedì, 16 dicembre 2008

E' evidente ogni giorno che passa, come l'unica soluzione alla crescita sregolata dell'edilizia sia l'esaurimento del suolo a disposizione. Con la crisi economica riusciamo solo a pensare come negli anni '60 ad uno "sviluppo" pesante che guarda alle grandi opere ed alle costruzioni principalmente come uno strumento per creare lavoro, ancora per un po'...ma poi? Quando il suolo edificabile sarà tutto occupato? Quando non ci sarà più nemmeno un cm quadrato libero? Quale sarà allora la nuova formula della sviluppo? Ci sarà un altro coniglio che uscirà dal cappello dei nostri amministratori?

http://it.youtube.com/watch?v=scv-IicVI0I

 

 

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giovedì, 06 novembre 2008

Come sul Titanic abbiamo cozzato contro un iceberg, la corsa folle neoliberista ha incontrato un ostacolo più grosso del mezzo sulla quale viaggiava a tutta velocità. Dopo che ha fallito la virata all’ultimo minuto del socialismo. Fallimento dovuto al fatto che entrambe volevano ottenere il medesimo risultato benché con due mezzi diversi.

Come sul Titanic questa folle corsa verso New York, al PIL e alla crescita, abbiamo cozzato l’iceberg della finità. Siamo divenuti improvvisamente consapevoli che le risorse non rinnovabili con le quali facevamo girare i pistoni della megacaldaia stanno finendo e che una corsa all’infinito non poteva continuare. Nonostante ora la corsa si sia quasi fermata dopo la collisione, con l’abbrivo che ci rimane ci accorgiamo che la prua inizia a sprofondare in ciò che pretendevamo di dominare.

Come sul Titanic l’acqua sale dal basso e tocca chi sta più in basso. I paesi del terzo, cosi come gli strati più deboli del primo mondo stanno pagando le conseguenze strutturali imposte da una visione determinista della sviluppo. Come sul Titanic chi cerca di fuggire dai ponti già invasi dall’acqua viene bloccato dai cancelli frontiere dei paesi ricchi. Si deve evitare una confusione totale, le scialuppe ci sono solo per pochi.

Come sul Titanic, mentre la parte che conta attende ordinatamente di salire sulle scialuppe del progresso tecnologico, suona l’orchestra e lo champagne scorre a fiumi al caldo delle sale da ballo e dei ristoranti dove la parola d’ordine è: no al panico, noi ci salveremo!

Come sul Titanic le paratie stagne non bastano, la falla nell’ambiente è irreversibile e l’acqua entra a fiumi, le pompe di esaurimento non sono sufficienti, la tecnologia tanto invocata da sola non basta a salvare una società che inesorabilmente affonda.

Come sul Titanic che si inabissa sempre più, cerchiamo nonostante tutto di mantenere gli standard per coloro in attesa di salvarsi, le caldaie rimaste lavorano a tutto regime per illuminare e riscaldare donando l’illusione della normalità fino all’ultimo minuto prima che un tappo di sughero ridotto al buio sparisca sotto la cortina della storia.

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